venerdì 9 aprile 2010

La prima regola del gioco

Di primo acchito è stato così irritante che mi sono pure incazzato. Mi è parso così irrispettoso che lì per lì avrei sciabolato tutti.
Eppure, dopo un pò, vedere adulti, giovani e bambini camminare a caso fra le croci del cimitero militare americano di Colleville sur Mer, ovvero Omaha Beach, quasi 10.000 croci e stelle di David candide "allineate e coperte", ed il vedere chiassose scolaresche "invadere" quella sabbia, quei viottoli, quelle dune, beh, mi ha commosso.

Perchè è esattamente per questo che quei ragazzi vennero a morire in Normandia.

E' esattamente lo spirito statunitense. Al suo meglio. Quei 10.000 ragazzi sepolti a 10.000 km da casa saranno felici che migliaia di piedi passino loro sopra, quasi resuscitati dall'allegria che branchi di ragazzini spandono nell'aria. Perchè è la migliore celebrazione possibile della Libertà per cui sono morti.

A quei ragazzi che in tuta verde corsero giù dai mezzi da sbarco faranno certamente piacere le celebrazioni solenni, i Taps e le salve di fucile o di cannone degli anniversari. Ma sono certo che, ovunque siano ora, sorridano orgogliosi di aver dato la pelle affinchè i bambini possano correre nel prato dove sono sepolti e gli adolescenti si rincorrano su quelle spiagge dove sono stati massacrati.
Perchè quella confusione significa aver cambiato profondamente il rapporto con la Morte e con il Sacrificio, staccandoli, anzi "liberandoli" anch'essi dalla retorica, dal culto e dalla venerazione fini a sè stessi, e riportandoli ad una dimensione quotidiana.

A nessuno di quei ragazzi importava un fico secco della terra in cui sono sepolti, non combattevano per possederla, anzi non vedevano l'ora di tornarsene oltre oceano a farsi gli affari loro. Quindi non si offenderanno se passate loro sopra, perchè tutti loro sapevano che rischiavano di morire proprio affinchè qualcun altro ci potesse passare sopra : era la prima regola del gioco. Il fatto che qualcuno, da allora, ci passi materialmente sopra è la conferma di aver vinto al di là del campo di battaglia, è la conferma di un principio : è come quando si disse a ciascuno "da oggi sei un cittadino", il che non significherebbe nulla in sè e per sè, sarebbe solo un nome, una qualifica, se non fosse per il fatto che essendo tutti ugualmente cittadini i diritti ed i doveri sono identici per ciascuno e nessuno è diverso di fronte alla Legge. Non ci sono servi della gleba o nobili o quel che ti pare a te. Non ci sono Untermenschen o Borghesi. Allo stesso modo, ad Omaha non ci sono neanche Morti e Vivi. C'è solo un'Umanità e la sua Storia.

mercoledì 24 marzo 2010

Il testamento del Capitano


Carissimi, non dovessi rientrare dalla prossima missione, mi piacerebbe che queste miei “ultimi desideri” venissero rispettati, per quanto possibile e senza troppe illusioni.

Intanto prego voi e tutti gli amici di non parlare a nessuno, di nessuno, con nessuno, per nessuno, se non inter vos.

Vorrei che i politici tacessero, tutti. E quelli che per dovere istituzionale devono parlare alla Nazione, beh, vorrei che dicessero solo cose che abbiano un senso. Ad esempio è inutile stare a discutere mille volte sulla missione. Siamo soldati, la morte fa parte dei rischi del mestiere, se non si vogliono rischiare morti allora è inutile mandarci in giro, ma è anche inutile starnazzare sull’Umanità meravigliosa prossima ventura e pretendere di essere ascoltati. Del resto mica siamo armati a maccheroni, chiedetelo a quelli dall’altra parte. E chiedetegli perché non combattono sul serio : perché, per loro, siamo troppo forti, troppo addestrati, troppo attrezzati. Possono solo sperare di fiaccare, più che noi, voi a casa, con “piccoli” attacchi sfibranti. E non esiste difesa, blindatura o spessore di muro che non possa essere fatto saltare.

Prego anche i miei commilitoni di ogni ordine e grado di evitare scene penose di fronte alle telecamere. L’unica cosa che vorrei vedere è una grintosa voglia di fargliela pagare. Vorrei vedere affilare i pugnali e marciare cantando. Vorrei vedere fierezza, non mestizia. E gioia, perché morire per la Patria è meglio di morire un sabato notte per colpa di qualche tossico (almeno quelli dall’altra parte un motivo migliore del nulla o dello sballo ce l’hanno), e non parliamo degli incidenti nei cantieri o di crepare con tubicini dappertutto su un lettino d’ospedale. Non se ne parla proprio, non c’è paragone. Se leggerete queste righe sappiate che, se deve accadere, meglio così : con un’arma in mano e attorniato dai miei fratelli, piuttosto che solo e in mano altrui.

Desidererei anche che si evitassero le sparate retoriche tipo “sono tutti eroi”. Gli Eroi sono quelli che vanno all’assalto delle trincee nemiche armati di stampella, sono quelli che guidano gli uomini all’assalto senza le mani (come durante la ritirata di Russia), che resistono senza cibo e acqua e con armi inadeguate o fatte al momento (come in Africa). Ed anche in caso di un episodio tattico “normale”, beh, insomma, non è che accada sempre di ritrovarsi a compiere atti eroici come quelli. C’è ben poco di eroico, per un soldato, nel saltare in aria per una IED o una mina. Ho sempre pensato che questa facilità nel dare la patente di eroe sia tutta da giornalista deamicisiano (e mi perdoni De Amicis…). Il fatto è che in una Nazione in cui lo sport più diffuso sembra sia scantonare il proprio dovere, in cui non è che abbondino esempi di abnegazione o di semplice rettitudine, in cui sembra sempre che paghi la furbizia o il piccolo egoismo, ed in cui gli esempi dati dalle persone che incarnano l’Autorità e le Istituzioni sono… quelli che sono, appare incredibile che ci siano ancora persone che accettano di crepare per dovere. E quindi eccoci trasformati tutti in Eroi, ma solo perché si è dimenticato che esistono mestieri (e quello delle armi lo è per definizione) fatti di significati, simboli e principi che travalicano retribuzione, successo, facile notorietà e cazzate varie così di moda.

Pertanto si eviti di applaudire ai funerali. Capisco che il silenzio, in questa civiltà invasa dal brusìo e dal rumore continui e penetranti, terrorizzi. Ma si applaude agli spettacoli. Anche se oggi ci si sente vivi solo di fronte a uno spettacolo, e quindi si è spettacolarizzato tutto, anche i funerali. Ormai è divenuto normale applaudire, perché siamo tutti un pubblico, una platea (magari in attesa dei famosi 15 minuti di “gloria” mediatica). Ma al mio, no. Io non sono crepato per dare spettacolo, per regalare un’emozione, per dare occasione a politici e giornalisti e comparse di ruolo di sfoggiare le sfumature tristi della loro capacità di interpretazione. Non crepo certo per ricordare agli altri che sono vivi. Sparategli se ci provano, così sentiranno cosa si prova a pensarsi protagonisti del funeral-show. E non mi raccontate che sia un gesto liberatorio o che sia un omaggio. Capisco per la gente di spettacolo, che di applausi vive. Ma allora, se dovete proprio far caciara, fatemi sentire una bella salva di cannoni ! Più sobriamente, vorrei due silenzi : il vostro e quello fuori ordinanza.

Certo, mi rendo conto che se fossi un “eroe” le cose sarebbero più semplici per voi. Perlomeno potreste, più facilmente, farvene una ragione, trovare una giustificazione… Se uno muore da eroe, allora qualche buona ragione c’era, allora si è sacrificato scientemente, non è stato invano, etc. etc. Beh, in realtà, è raro che sia così. Sarebbe mentirvi e mentire a sé stessi. Si muore e basta. Dove capita e quando capita. Si spera solo che sia rapido.
La dicitura corretta è “caduto in combattimento”. E direi che nella sua secchezza burocratica dice già tutto, non c’è nulla da aggiungere (anzi, nel caso, non mi dispiacerebbe fosse inciso sulla lapide). Ed è di questo sopratutto che dovrete essere fieri. Se poi ci sarà di più, meglio. Ma non accettate sconti, né titoli non dovuti : esiste una gerarchia anche nella schiera dei morti per la Patria ed io non voglio vergognarmi di fronte a chi mi ha preceduto per un nastrino immeritato.

E’ tutto. A parte vi lascio le disposizioni per alcune cose pratiche, per alcuni oggetti personali e un pensiero per ciascuno di voi. Addio.

martedì 16 febbraio 2010

Starnazzamenti quotidiani


Mah... Non ho più parole... Mi aggiro nei labirintici ed umidi meandri della cosiddetta informazione e non capisco più niente. Alla faccia di chi ritiene questa l'era dell'informazione. Non compio più neanche quel gesto "da cittadino" che è, anzi sarebbe, l'acquisto di uno o più quotidiani. I settimanali non li guardo nemmeno. Rimane qualche mensile o trimestrale da "approfondimenti tardivi", che resta un labile appiglio con quella che fu l'Informazione. Ormai sono convinto che siamo stati riportati al Medio Evo, allo stadio di servitù della gleba, e l'unico orizzonte possibile rimane quello a portata dei sensi. Oddio, invero anche le cronache locali sono ridotte al lumicino. Le notizie, quelle vere, locali, nazionali o internazionali, si sentono ormai solo per sentito dire, di sfuggita fra una chiacchera al bar e una passeggiata pomeridiana. Soverchiate da un rumore di fondo gracchiante e fastidioso. Non sarà un caso che nel tempo degli MP3 si riscoprano i vecchi vinili... Come se un vecchio appassionato di hi-fi non l'avesse mai detto prima, del resto : il cd ti consente di sentire "quantitativamente" meglio, senti più cose, più suoni, elimini quel ronzio di sottofondo, l'acoustic feedback, la seccatura della manutenzione dei piatti, delle testine (ah sì, i "pick-up"), le scuole dei vari tipi di "braccio" (a "S", dritto, tangenziale...) e di trazione (a cinghia, servoassistito al quarzo), della registrazione (si registrava il vinile su cassetta appena comprato, e si riascoltava la cassetta per non usurare il disco), ogni volta il cd suonava "nuovo" mentre il disco si riempiva di micro (e macro!!!) "righe" fino a far "saltare" la puntina (e si sapevano a memoria tutti i punti "critici", tanto che poi se si sentiva lo stesso disco, ma nuovo, se ne sentiva la mancanza) o, nel miglior caso, a distorcere un pò i suoni. Sì, certo un pò "freddino", così digitalmente sempre perfetto, intonso... E appunto "qualitativamente" anche il più sdozzo dei giradischi restituiva un calore ed una "familiarità" che il cd si sognava la notte. Insomma, un pò come mangiare il pane appena sfornato contro il riscaldare nel microonde quello impacchettato del supermercato.

Ecco, l'informazione oggi è esattamente così : così fredda, distaccata e distante da doversi reinventare ogni giorno un'Apocalisse, una scusa per strillare, per farti sentire sull'orlo del baratro, anche, direi sopratutto, se si tratta del Beneamato Nulla.

La Scienza ormai è trattata come una sorta di magia e i medici o gli scienziati in rigorosi camici asettici, vengono intervistati come sciamani, anzi, come sommi sacerdoti esegeti dell'altissima volontà degli Dei, pardon, della Natura. Manca solo che mettanno gli "ooooohhhh" di sottofondo ad ogni foto dello Hubble e poi siamo alla sit-com. Di Economia non si parla, tanto va tutto bene, no? Che sia ormai evidente che è cambiata la struttura stessa del produrre e che ciò comporti un totale stravolgimento della società così come si è strutturata negli ultimi due secoli e mezzo, non gliene frega un beato accidenti a nessuno. Tranne che dire che bisogna diventare tutti dei "programmatori", dei "creativi". Eh, sì, decine di milioni di creativi... E che ci potremo inventare dopo migliaia di inutili applicazioni per Iphone e parenti stretti? Facciamo tutti gli stilisti? Alè, tutti in fila all'ennesimo corso europeo di riqualificazione : addetto allo style management di punto vendita, ovvero, come si diceva prima del trionfo del vero homo novus, l'Idiota del Market(t)ing, il "vetrinista". Ma tanto anche lì è finita : i negozi li disegnano un paio di architetti "di tendenza", cioè che hanno introitato il DNA dell'Idiota di cui sopra, nel loro loft di Soho e poi si fanno i negozi tutti uguali, a Parigi come a Canicattì. Diventiamo tutti "sistemisti AS400"? Si può fare, ma poi quando esce l'AS500? E così, consci della fragilità del sistema post-industriale si sono inventati una deregulation del lavoro partita con i migliori propositi (di cui non a caso è lastricato l'Inferno) e sfociata nella vera ed unica occupazione che "tira" : elaborazione buste paga. La disciplina è così frammentata che uno dei lavori che tira di più è quello di colui che capisce (lo capisce, lo intuisce, perchè è impossibile saperlo con certezza) quanto pagare i servi della gleba che vivono di contratto a progettino, di collaborazioni fattive, di affiancamenti sfiancanti, di asservimenti coatti, di assunzioni (sì, per via rettale) temporanee, transitorie ed eventuali, insomma quelle decine di acronimi all'americana oggi così di moda e così a modo, educatamente sfornati da Idioti (di cui sopra) allo scopo di non farti sentire o capire in che razza di merdaio sei finito.

Attenzione però, si stanno già accorgendo che così le famiglie stanno scoppiando, sia nel senso che i redditi sono insufficienti, sia nel senso che i figli sono sempre più abbandonati a loro stessi e diventano carne da macello per la strada. E ciò qualche scompiglio lo crea ancora. Ma non vi preoccupate : sono gli ultimi rantoli di un senso delle cose che sta scomparendo, quei preconcetti stantii come famiglia, educazione, cultura, senso dello Stato, senso di appartenenza, quella roba lì, dai, la cittadinanza, diritti, doveri... Vuoi mettere con la S. Discrezionalità? Eh, su, ancora un paio di spallate e ci siamo. Sono sempre più lontani i tempi in cui il pater familias lavorava e la dolce metà stava a casa ad accudire la prole e si riusciva a sopravvivere dignitosamente. Ma la colpa è nostra, dei bamboccioni (tanto lo siamo tutti, in un modo o nell'altro). E delle donne che hanno voluto a tutti i costi fare come gli uomini (e qui qualcosina di vero ci sarebbe). Non di èlites che hanno saputo attuare politiche urbanistiche tali per cui oggi ci vuole una vita per saldare un mutuo (e ci lamentavamo che i nostri padri lo avevano sul gozzo per "soli" quindici o vent'anni), non per l'utilizzo della Pubblica Distruzione (e dello Stato in generale) quale carta assorbente di disoccupati sfornati a getto continuo da corsi di laurea stupidamente aperti a tutti (il reddito non c'entra : bastava semplicemente un esamino di ammissione... Del resto se il "democratico" Umberto Eco lo ha imposto nella sua facoltà-creatura, un senso evidentemente c'è... Poi magari si potevano fare mutui statali per lo studio come in tutti i paesi normali, a tassi agevolatissimi... Oddio, troppa fantasia!!!) o diplomati a macchina sull'onda sessantottina (poche palle : il sei politico non ce lo siamo mica inventati di recente).

Già, a proposito di tassi, mutui, finanza, che dire dell'incapacità dello Stato di imporre uno standard di servizio alle banche? Si sono accorti dopo secoli del furto rappresentato dalla commissione di massimo scoperto (sulle altre magagne tipo la "commissione di chiusura trimestrale" o la "commissione sul conto non affidato" - che è fantastica, perchè è una commissione che viene applicata a chi non chiede un fido, ovvero non fa tenere alla banca del capitale sostanzialmente in sofferenza, cioè fermo - si stanno ancora informando. Tanto loro c'hanno la Convenzione Privilegium), gliel'hanno fatta togliere e le banche se ne sono inventate di nuove. Ma perchè non imporre un "servizio minimo" per legge con range di prezzi stabilite dall'authority del caso? Mah, difficilissimo, finchè le banche tengono i partiti per le palle dei finanziamenti... E poi che authority? Quelle che non sanno neanche non dico sorvegliare le transazioni di Borsa, ma imporre alle società dei servizi (telefonici, su tutti gli altri) almeno di avere siti internet semplici e chiari (non dico i contratti trasparenti, non penso al nugolo di tariffe e di offerte che poi diventano tariffe-capestro, nooooo, più semplice : mi basterebbe con due clic sapere come aprire/disdire un contratto o passare di operatore in meno di sei mesi e dodici raccomandate A/R, e il costo reale dell'ambaradan).

Ma ciò che dà più fastidio è che le norme e le contro-norme sembrano cambiare così velocemente che tu, onesto e solerte ex-cittadino, se ti capita di recarti in un ufficio pubblico sei intimidito e soverchiato dal fatto che di ogni minima cazzata si è montato un apparato di moduli e contro moduli proporzionalmente alla quantità di lavoro burocratico che i personal computer oggi consentono svolgere : si è infittito il tutto per trovare qualcosa da fare alle eccedenze umane assunte o in tempi in cui ancora si scriveva tutto a mano, anche le raccomandazioni, o che non potevano aspirare a fare le veline o che, al contrario, aspiravano benissimo : insomma quel 50% di personale pubblico che da sempre è in più e che, sempre causa le èlites gaudenti, del resto non si sapeva neanche dove mettere.

Bene, la tecnologia, la globalizzazione, l'ignavia e il permissivismo, ben distribuiti, ci hanno portati trionfalmente fin qui : adesso diteci cosa fare di bello. Ed evitate gli starnazzamenti quotidiani di cui fate ormai l'unico strumento di discussione. Non avete molto tempo.

mercoledì 26 agosto 2009

Magnitudo Solitudinis

Una capitale europea. Qualche giorno libero. Solo.
Immergersi nell’alternanza architettoniche di stili e periodi.
Fregi, stazioni, insegne, lampioni, ristoranti, musei, fontane, lastricati, restauri, giardini, negozi, gallerie, ponti, piazze, bar, statue, ristrutturazioni, scalinate, bus, parchi, affrontati così come si presentano.
La curiosità unico criterio. Senza orari o costrizioni che non siano dati dalle gambe o dallo stomaco.
Volti che si incrociano, profili che attendono il verde.
Mi piacerebbe fotografare migliaia di volti in ogni città, ma temo sempre di essere invadente. Ci vorrebbe uno zoom da mutuo…
Eppure sono infinite le espressioni dei passeggeri di una metropolitana : quante varianti della melanconia negli impiegati sugli strapuntini, mentre sembra sempre identica l’aria sperduta dei turisti appena arrivati, siano essi pragmatici anglosassoni un po’ goffi alla ricerca di un po’ di bohème, attrezzatissimi teutonici essenziali d’abito e traboccanti guide e mappe, rumorose comitive spagnole un po’ sbracate, coppie di sposi italiani dai set di valigie uguali per sentirsi un viaggio solo o per non dover litigare anche su quelle in caso vada male.
E non si può non vivere, una volta nella vita, il mescolarsi serale di coloro che rientrano e di coloro che escono, la coabitazione di mise da sera con stanchi portatori di zaini e valigette. A ogni stazione si rinnova il mistero di volti riflessi in finestrini che danno sul buio.
La concentrazione, lo stupore, il rapimento dei visitatori di un museo. La noia dei bambini, e il loro illuminarsi quando finalmente trovano qualcosa che li incuriosisce o, più semplicemente, con cui giocare. Adulti e bambini, tutti con la stessa voglia di toccare con mano. Tutti lì, a reprimere a stento la voglia di tuffarcisi dentro e non tornare più, dispersi in tavolozze immortali.
L’ansia, la rilassatezza, la fretta, l’allegria, delle persone a passeggio nelle strade più note o più affollate. Lo spettacolo di quelli che si aspettano nel punto stabilito, la faccia del “dove si sarà cacciato?”, ora simile ad un cane da punta, ora preoccupata, talvolta distratta, sempre nervosa. I maschi ai primi appuntamenti li riconosci non per l’età, un dettaglio indifferente, ma perchè sono vestiti come nei manifesti, sono lì da prima di te, ti guardano male ogni tanto e, quando passata un’interminabile frazione d’ora di prammatico ritardo lei arriva, tirano fuori le sigarette dopo averla baciata. E se ne vanno abbracciandola e guardandoti di sfuggita con aria sorniona, come se lei fosse il premio. Il premio della tacita gara per non aver acceso nessuna delle tre o quattro che invece tu gli hai fumato in faccia. Il premio per l’impresa dell’eroe, per il sacrificio, per la volontà. O forse cercano un pizzico di invidia sul tuo volto di uomo solo, mentre “guarda che pezzo di donna mi porto appresso io”. Chissà se qualche volta hanno pensato, “Ehi amico, spero che arrivi anche la tua”. No. Al massimo di solidarietà avranno pensato “Spero tu abbia un altro pacchetto”. I più ironici “Se domani leggo di un cadavere per intossicazione, so chi è”. I più caustici “Spero che arrivi la tua femmina, sennò sarai un altro che peserà sulla sanità pubblica”.
Le donne invece, se aspettano, aspettano solo le amiche. E se fumano, fumano e basta. Al massimo fingono di non trovare l’accendino per vedere se qualcuno se ne accorge e con ciò confermare a sé stesse che c’è sempre qualcuno che le guarda, anche se gli anni non son più venticinque. O proprio per quello.
Le sagome in controluce, sullo sfondo del riverbero di uno specchio d’acqua, ricordano attimi di pittura futurista, mentre le pose e le espressioni delle persone nei parchi vagheggiano impressionismi di altre latitudini. Il manierismo delle donne fasciate in coloratissime tuniche lunghe e leggere mi lascia un po’ interdetto e le scollature generose mi rammentano lontane stagioni neoclassiche. Gli abiti da ufficio, neri ed aderenti, dagli orli svolazzanti mi gettano nell’astrattismo dadaista e quelli di misto seta stampata a fiorellini evocano paraventi orientali e broccati alle pareti, inventando nella mia mente interni di bordelli fin-du-siecle alla Toulouse-Lautrec. Magliette colorate su minigonne ed hot pants suggeriscono serie di seni solarizzati degne di Warhol, mentre dall’altra parte della strada un jeans attillatissimo mi fa balenare nella mente il gesto rapidissimo e feroce di un Fontana spaziale.
Cercare di riconoscere i codici dietro gli abiti e i gesti. Curiosare tra gli accessori : quelli portati con cura, poche volte, e quelli ormai logori, agendine stropicciate, braccialetti incrinati, portafogli grinzosi, più o meno tutti all’origine di un gesto ripetuto a intervalli regolari, come una firma personale allo scorrere del tempo, alla noia del tragitto, al ritmo nelle cuffie.
Già… I lettori MP3… I pollici sembrano sirene ululanti di un’ambulanza del Pronto Soccorso Emozionale, nel loro spasmodico roteare e cliccare, alla ricerca del titolo o dell’autore adatto all’umore, al ricordo, al sogno, all’atmosfera, al sapore del momento.
Cosa darei per sapere cosa ascoltano, cosa pensano, cosa cercano, quei volti bellissimi nella loro sfavillante stanchezza, quegli occhi dalle sfumature verdi, azzurre, castane, grigie. Truccati, spenti, socchiusi… Occhi indifferenti, persi chissà dove, sognanti, freddi, velati di nostalgia… Occhi cattivi… Occhi supplicanti… Occhi innamorati, immobili nella contemplazione del volto che li accompagna. Occhi infantilmente spalancati di fronte a quel via vai di ordinaria bizzarria. Occhi distratti, occhi in fuga, occhi indispettiti, occhi divertiti dagli sms, occhi di figli in carrozzina e di orgogliosi genitori stremati. Occhi seminascosti da capelli mossi dal vento…
Centinaia di migliaia di occhi che guardano e forse non vedono, centinaia di migliaia di orecchie che ascoltano e forse non sentono la vita che palpita nelle mattonelle dissestate e traballanti fatte apposta per far inciampare i predestinati ad incontrarsi, nei bassorilievi incrostati ed erosi dal vento e dalla pioggia, anneriti dal traffico, umiliati dai piccioni. Il ritmo della città, di sera, è lo scorrere del fiume delle luci rosse e bianche dei serpenti di auto, la sua vis comica sta negli sguardi dei fotografi che guardano gli schermi LCD delle digitali tascabili. E allora, come non comprendere i vampiri di fronte a bellissimi colli scoperti dalle capigliature raccolte sulla nuca con una cannuccia di bambù?
Perdonatemi, non c’è nulla di più bello e sconvolgente di una donna che ti sorride. Questa città mi ha sorriso, ed io non capisco più niente.

lunedì 6 luglio 2009

The coming insurrection




Non stupisce dunque che sorgano movimenti di pensiero che, stretti tra il
fallimento del sistema liberista sancito dalla crisi economica mondiale, il
rifiuto ideologico del liberalismo imperante nel prendersi carico del futuro, le
evidenze del degrado ambientale planetario, elaborino la ribellione violenta
come unico mezzo per sfuggire a questa morsa stritolante. Non vi è, infatti, un
modo "liberale" per sottrarvisi.



Cerchiamo però di non fare troppo casino, dato che ce ne è già tanto : primo, "liberismo" e "liberalismo" non sono sinonimi.
Secondo : il "liberismo" prevede che lo Stato si faccia carico di quegli aspetti dei quali i singoli non possono farsi carico.
Terzo, la "crisi" è un fatto naturale per qualsiasi sistema : piantiamola di sognare un sistema in equilibrio costante, il motore immobile di Aristotele non va da nessuna parte! La validità tra un sistema e un altro è data dal fatto di sopravvivere alle crisi.
Quarto : la "liberalità" del modo di risolvere la crisi attuale sta nel fatto di non precludersi nessun modo di risolverla : anzi, è, paradossalmente, da "liberisti selvaggi" il considerare tra le alternative possibili anche azioni in contrasto con la Dichiarazione Universale dei
Diritti dell'Uomo. E' esattamente come sostenere che in seguito al fallimento LehmanBrothers gli apparati pubblici non avrebbero dovuto fare nulla perchè il sistema avrebbe trovato un suo equilibrio (il che è verissimo, bastava assumersi la responsabilità politica e sociale del bagno di sangue).
Quinto : i limiti evidenziati da questa crisi appartengono, in ultima analisi, a due filoni culturali, per me molto evidenti, convergenti : materialismo dei singoli, inteso come ricerca estrema di una
gratificazione/benessere esclusivamente di tipo materiale, ed economicismo della politica, ovvero l'incapacità della Politica di proporre paradigmi esistenziali basati su valori non materiali. I politici si sono "arresi" e si sono fatti dettare l'agenda politica dall'Economia : l'abolizione delle regole sui derivati fatta da Clinton nel '96-'98, che è una delle origini "tecniche" di questa crisi, è un caso esemplare : un'abdicazione al "liberista" dovere di controllo in cambio, o in virtù, di quale risultato futuro, che non fosse il mero profitto?
Attenzione anche a farne una questione di confessione : la dottrina della predestinazione non giustifica il profitto per il profitto. Il Profitto/Successo è sempre funzionale a qualcosa di altro da sè, ha una sorta di "funzione sociale", diremmo oggi.

Quindi il problema non è se il "liberismo" sia giusto o sbagliato, ma se abbiamo gli strumenti culturali per usarlo al meglio.
In una nazione dominata dal paradigma fascio-corporativo pre-bellico e da quello catto-marxista post-bellico, in cui il soggetto politico unico e solo è il Partito/Chiesa (comunque esso sia composto o strutturato), ed in cui nessun limite di permanenza (al potere) viene indicato ai singoli, io dubito fortemente.

Non il cambiare un sistema la cui ampia flessibilità consente di trovare sintesi eccellenti tra valori ed interessi, ma consentire quella circolazione delle èlite (do you remember Pareto?) che fa sì che si apportino correzioni alle inevitabili distorsioni che sono il portato dell'essere umano (che non è un homo oeconomicus perfetto, e anche se lo fosse agirebbe sempre in deficit informativo), questo è il nostro collo di bottiglia secolare.

Quello che tu descrivi come "il rifiuto ideologico del liberalismo imperante nel prendersi carico del futuro, le evidenze del degrado ambientale planetario" altro non è invece che l'incapacità della èlite politica di recepire e correggere una distorsione industriale ed economica. La nuova linea green dell'amministrazione Obama va in quella direzione, se sia sufficente è oggetto di dibattito, non di rivoluzione. Oggetto di rivoluzione è risolvere la questione (a torto o a ragione). Invece per
poterla porre si presuppone sempre un certo tasso di "liberalità" del sistema. Ma in questo senso era "liberale" tanto Augusto quanto Lorenzo il Magnifico, Pietro il Grande quanto Cavour.
Il "liberismo" invece non solo prevede che la si ponga, ma che si stabilisca se, quanto e come : investa tutti o alcuni, sia un onere da dividere tra collettività e singoli, abbia priorità rispetto allle altre istanze. C'è da fare una Rivoluzione contro un siffatto sistema? La vera Rivoluzione, nel
XXI° secolo, non è porre un'agenda, ma pretendere che il sistemi funzioni.

venerdì 12 giugno 2009

La sconfitta

Guardarsi attorno e d'un tratto capire che il domani era ieri.
Sentirsi il contrario di ciò che si cercava di essere.
Un vuoto enorme, dentro ed intorno. Pesante come un macigno.
Un vuoto che schiaccia, immobilizza e, talvolta, percuote.
Ansia, angoscia, tremore in ogni parte del corpo...

La sconfitta.

Accorgersi di percorrere un sentiero secondario di campagna anzichè le strade larghe e centrali di una città conquistata.
La solitudine al posto delle ali di folla curiosa e a volte plaudente, per paura o per quel senso di liberazione che scaturisce nell'animo quando una grave faccenda si risolve, qualunque sia l'esito, un attimo prima della gioia o della rabbia.
Nella mente, per mesi, riaffiorano episodi sconnessi della battaglia perduta. Ordini e omissioni, eroismi e viltà, slanci ed esitazioni, tutto si confonde nella mente come la visione del campo di battaglia nella Nebbia di Guerra. E tutto si amplifica e si rimpicciolisce. Solo il suono della battaglia rimane invariato. Un sottofondo costante, ormai assimilato dalle cellule della mente come un copione dopo migliaia e migliaia di prove e di repliche. Crepitii di moschetti, rombi cupi dei pezzi da 12 libbre, il fischio dei proietti nemici in arrivo, la percussione degli zoccoli, sbuffi, nitriti, le ruote dei carriaggi, grida, urla, imprecazioni, sibili e clangori di acciaio contro acciaio...

Nessun'altra voce ti parla, nessun'altra ascolti...

Accorgersi del proprio respiro inutilmente affannoso, poichè non c'è sforzo o terreno che ne giustifichi la difficoltà, solo al ricordo dell'acre fumo che ti avvolge in battaglia. Essere squassati da una tosse secca e falsa che graffia la gola e la lascia quasi sanguinante, appena sembra di percepire anche solo l'ombra dell'odore della polvere sputata dalle lunghe canne dei fucili, dalle canne brunite dei cannoni.
E gli occhi... Gonfi, rossi, fissi... Continuamente sfregati sulle maniche della giubba o incessantemente sciacquati ad ogni ruscello o fontana. Il persistente fastidio della luce, un'invisibile spada che sembra trafiggerti ad ogni battito di ciglia.
Guardare soltanto il terreno del prossimo passo... Nessuna distratta osservazione delle genti sulla via, come nelle marce. Nessuno sforzo di contemplazione dei paesaggi, come nelle albe di poco tempo prima. Anzi, meglio muoversi al tramonto e durante la notte. Lo sconfitto non ama esser visto dagli occhi altrui, mentre i suoi sono assai meglio disposti all'ombra.
Del resto è la Luna ad aver visto le nostre pene ed i nostri pianti.
Al sole si può solo combattere e morire.
Alla fine dello scontro, nell'oscurità, Vittoria e Sconfitta divengono medesima cosa, nei fiochi lamenti dei moribondi, nei gemiti supplichevoli dei feriti, nelle urla ancestrali degli amputati, degli sventrati, dei trafitti, dei colpiti, degli sciabolati... La Morte pare nulla, a confronto.
L'odore della carne bruciata, del sangue rappreso, degli stomaci divelti, della terra umida, scavata, rivoltata, squarciata. Una sorta di zuppa farcita di corpi esangui. Condita di arti strappati. Il cibo della Storia.

Giorno dopo giorno, passo dopo passo, respiro dopo respiro... Ricomporre i pezzi dell'esistenza, riedificare un edificio di routine, di abitudini, di rituali, di gesti, di frasi... Squilli lontani di tromba, ordini, controllare le dotazioni, provare e riprovare i cambi di formazione, ingrassare il cuoiame, affilare le sciabole e le baionette, asciugare le polveri, grancasse e tamburi, lucidare gli ottoni, caricare i barili, preparare i cassoni, scherzare con le vivandiere, strigliare cavalli, requisire alloggi, montare i bivacchi e le tende, inciampare nei secchi e nelle bottiglie, studiare i volti dei rimpiazzi, abbracciare i camerati sopravvissuti, scrivere a casa, parata il sabato, messa la domenica.
Attendere la prossima battaglia.

mercoledì 3 giugno 2009

Camporella elettorale

Mi sono ripromesso di non parlare, qui, di politica.

Eppure non riesco a contenere il bisogno di gridare, da questo sgabello elettronico nella piazza virtuale, il mio sdegno per ciò che sta succedendo.

Una volta c'erano le "campagne elettorali". Il termine "campagna" aveva una chiara accezione militare. Si trattava di "battere" il terreno, ovvero le piazze, argomentando pubblicamente. Che si facesse tramite radio o televisione, cambiava poco. Si trattava sempre di convincere i "neutrali" a schierarsi con la propria fazione.

La massa dell'elettorato stava all'interno di una sorta di campo di prigionia (la Storia) sulle cui torrette stavano i politici che accendevano i riflettori su una parte di questa massa per identificarla, segmentarla, comprenderla, forse, e cercare di spostarla dove voleva. Un pò lugubre, forse. Ma la massa era posta al centro del terreno, era "bersaglio", era l'oggetto della contesa a mezzo riflettori.

Poi è arrivata la spettacolarizzazione, la personalizzazione, l'ideologia dell' "àpres moi, le diluge", la denigrazione sistematica, l'abbassamento abissale del livello del ceto politico, le invasioni di campo. Infine la superficialità come virtù "orizzontale" dei Barbari (grazie Baricco).
Conseguenza : la gossip-politik, il bucoserraturismo, il velinismo estetico, il moralismo (che è privo in sè di ogni morale e come tale è padre putativo di tutti i fanatismi) di ritorno, le sbandate ipocrite, le claques plaudenti degli studi televisivi.

E queste claques che plaudono ai passaggi dialettici più significativi del proprio leader mi ricordano il pubblico (che applaudiva più per farsi vedere che per direttiva di regia) di un'antica trasmissione televisiva estiva "Giochi senza frontiere", disfida internazionale di giochi a squadre.

Ecco la trasformazione : oggi non c'è più quel lugubre campo con le torrette, ma uno sfavillante e coloratissimo campo sportivo attrezzato per le più mirabolanti evoluzioni di "giocolieri dialettici". E la massa (che era al centro) ora si è comodamente seduta sulle gradinate per vedere lo spettacolo, peraltro inquadrata solo assieme al tabellone dei punteggi, giusto a ricordarcene l'esistenza. E lo spettacolo sono quelli che stavano sulle torrette, sono loro i giocolieri dialettici, quelli che furono i "politici".

Ed ogni tanto si giocano il Jolly, con lo scoop del momento. Poi, a turno, si confrontano nel Fil Rouge...

Mah, forse invece è sempre stato così. Forse l'idea che la massa fosse al centro delle (morbose?) attenzioni dei politici è solo un'impressione o un ricordo di gioventù, età in cui si scambiano spesso e volentieri gli entusiasmi per certezze...

Rimane il fatto che dalle "campagne" siamo passati, con insensata leggiadria, alle "camporelle" elettorali. Con tanti saluti alle masse.



Hans plays with Lotte, Lotte plays with Jane, Jane plays with Willi, Willi is happy again
Suki plays with Leo, Sacha plays with Britt, Adolf builts a bonfire, Enrico plays with it
-Whistling tunes we hid in the dunes by the seaside
-Whistling tunes we're kissing baboons in the jungle
It's a knockout
If looks could kill, they probably will
In games without frontiers-war without tears
Games without frontiers-war without tears
Jeux sans frontieres